Kawasaki, l’iride di Sykes 20 anni dopo Scott Russell e 44 anni anni dopo Dave Simmonds
La Kawasaki torna a vincere il Mondiale SBK con Tom Sykes 20 anni dopo quello di Scott Russell
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Quando nel 1993 la Kawasaki vinceva il suo ultimo titolo mondiale Superbike con il 29enne americano Scott Russel, il 27enne britannico Tom Sykes, neo iridato della Wsbk con la “verdona”, inseriva un cartoncino nei raggi della bicicletta per mimare il rombo del motore.
Poi Tom pareva intenzionato a seguire il rugby, sport in voga nella sua città natale di Hudderfield, nel cuore dell’Inghilterra. Per fortuna il ragazzo tornò alla passione motociclistica e oggi, grazie a lui, la Kawasaki, a distanza di 20 lunghissimi anni, può fregiarsi nuovamente del titolo iridato Sbk, titolo Marche comunque andato all’Aprilia.
La Kawasaki raccoglie meritatamente quanto ha seminato, dopo innumerevoli alti e bassi, con stagioni altalenanti, stop and go, propositi di abbandono e forti rilanci nei vari segmenti del motociclismo da competizione. Non si può dire che la Kawasaki – anche per molte sue splendide e raffinate moto di serie – non sia famosa e non sia amata dai motociclisti di tutto il mondo, anche se ai più appare come la cenerentola rispetto alle altre connazionali quali Honda, Yamaha, Suzuki.
Un motivo può essere dato dal fatto che, specie nel motomondiale, la Kawasaki ha avuto piloti eccellenti ma con un profilo più … sobrio e con palmares meno eclatanti. Ad esempio Honda si ricorda per Mike Hailwood, Jim Redman, Mick Doohan, Freddy Spencer, Valentino Rossi, Casey Stoner, oggi Marc Marquez ecc; Yamaha per Phil Read, Giacomo Agostini, Jarno Saarinen, Kenny Roberts, ancora Valentino Rossi, Jorge Lorenzo ecc; la Suzuki – uno su tutti – per Barry Sheene.
Sappiamo quanto nell’immaginario collettivo si associ il nome del pilota con quello della Marca, così come il colore che fa il “brand: su questo la Kawa è stata insuperabile, con l’immancabile e incancellabile verde. Ribadiamo che la Kawasaki – colosso industriale presente in molti settori – è sempre stata protagonista nel mondo delle corse motociclistiche sin dai primi anni ’60. Debuttò a livello internazionale nel 1966 con il pilota giapponese Toshio Fuji, con una bicilindrica 125 2 tempi otto marce, raffreddata ad acqua, poi, rinnovata più volte, conquistò il titolo mondiale nel 1969 con il lungo londinese Dave Simmonds.
In seguito, la Kawasaki spaziò in diverse cilindrate, con la tre cilindri 500 2 tempi, manna per i privati di lusso, (finalmente nella mezzo litro una moto alternativa alle monocilindriche Norton, Ajs, Aermacchi), quindi gli anni d’oro con le 250 e 350 bicilindriche 2 T di Gragg Hansford e Kork Ballington, nonché le consorelle maggiori di 500 e 750 cc. quattro cilindri, fino ai giorni d’oggi, nella MotoGP fino al 2008, partecipando anche ufficialmente o con team direttamente collegati alla Casa nipponica al Campionato mondiale di supercross, al Campionato mondiale di motocross, al Campionato mondiale Superbike e Supersport. Insomma una Casa cui togliersi il cappello.
Tornando al mondiale Sbk di oggi rispetto a quello di 20 anni fa, tutto è cambiato e gli stessi piloti hanno profili e caratteri agonistici e umani molto diversi. Russell e Sykes non sono paragonabili, se non per la voglia di arrivare in alto, di vincere. L’americano è stato considerato “The king of Daytona” con cinque trionfi nello speedway tra il 1992 e il 1998 e due secondi posti in volata dietro a Eddie Lawson nel 1993 e dietro a Miguel Duhamel nel 1996. Vincitore della 8 Ore di Suzuka del 1993 in coppia con Aaron Slight e dell’Ama Superbike ha disputato anche il motomondiale nel 1995 e nel 1996 con la Suzuki 500 con due terzi posti e un sesto piazzamento finale.
Il pilota inglese debutta nel 2000 a Mallory Park ma comincia a farsi notare in pista esattamente dieci anni dopo il titolo iridato Sbk conquistato da Russell, con gare nel campionato inglese Sbk in sella alla Suzuki. Una carriera sudata, quella di Tom, nel 2005 e 2006 impegnato in Inghilterra nella Supersport poi nella GSX-R Cup con una vittoria e settimo posto finale. 2007 e 2008 in Sbk con il Team Rizla Suzuki sempre in Inghilterra, tre vittorie, quattro podi, quarto in classifica, a un soffio da un certo … Cal Crutchlow. Quindi, nell’agosto 2008, 22enne, l’esordio non fortunato come wild card con la Suzuki GSX-R1000 K nel GP iridato di casa a Donington. A settembre dello stesso anno a Donington, altra wild card, stavolta con l’acuto del secondo posto in gara uno (primo podio mondiale). Un bel biglietto da visita per il passaggio nel Team Yamaha World Superbike per il mondiale con la R1 factory in compagnia dell’americano Ben Spies. Una stagione non felicissima, nono in classifica, solo un quarto posto ad Assen.
Quindi, nel 2010, il passaggio alla Kawasaki ufficiale, con la Superpole di Imola e il quarto posto in gara due. Sykes finalmente ottiene con la Verdona nel 2011 la sua prima vittoria iridata Sbk al Nurburgring. Resta legato alla Kawasaki anche nel 2012, ottenendo quattro vittorie, tredici podi, ben nove Superpole, secondo posto finale nel mondiale a mezzo punto dal “corsaro” Max Biaggi sull’Aprilia e davanti alla Bmw ufficiale di Marco Melandri. Tom incassò il colpo, senza recriminare, mai una parola fuori posto. Tornò al lavoro a testa bassa, in silenzio, come sempre.
La cronaca del 2013 porta finalmente il lungo Tom Sykes (178 cm) sul tetto del mondo, il 20 ottobre la corona iridata Sbk, a dimostrazione che l’umiltà, la caparbietà, la grinta pagano sempre. Ieri Motoblog ha ricordato i record di Sykes, quindi non ci ripetiamo.
Pilota double face, chiuso e timido quanto effervescente con la battuta pronta, Sykes è un gran lavoratore del manubrio, metodico, una goccia d’acqua che batte e ribatte senza posa, in pista gran lottatore, amante della bagarre con la baionetta ma fortissimo anche nel giro secco della Superpole. Gli anni neri sono dietro alle spalle, ora l’attende una stagione per centrare il bis, ma prima ancora potrà godersi il figlioletto in arrivo, regalo dell’amata moglie Amy.
Ad inizio stagione, come già spesso in passato, pochi avrebbero scommesso su Tom iridato, specie dopo la gran botta di Phillip Island, con costole e polso fratturati. Ma dietro il sorriso mesto c’è il manico di un pilota “duro”, un campione che non buca il video e non alza la voce ma amato e rispettato da amici e avversari. Oggi nell’albo d’oro.
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